Spesso tra il blog e la pagina Facebook l’argomento “vita da cassiera” viene raccontato con un tono d’ironia e sarcasmo per smorzare quello che il più delle volte viene definito come un lavoro facile. Sappiamo tutti che nessun lavoro è facile. La cassiera viene il più delle volte visualizzata come “quella che lavora al supermercato”. Di cassiere ne è pieno il mondo è ricoprire questo ruolo non è sempre sintomo di lavorare nell’ambito alimentare.
Oggi vi scrivo delle cassiere che lavorano in negozi d’arredamento e fai da te.

Per pura casualità mi ritrovo in questa grande catena d’arredamento che svende tutto a prezzi stracciati. La cosa è molto allettante. Entro in negozio e tra il frastuono di carrelli stracolmi e gli spintoni di gente impazzita percepisco un aria triste. Il negozio svende tutto perché a breve si chiuderanno i battenti. Per sempre. Camminando tra i corridoi la clientela afferra tutto quello che riesce e i commessi sono letteralmente assaliti. SI intuisce con facilità che il loro morale è a terra.

Come vi sentireste voi ad affrontare una dura giornata lavorativa sapendo che a breve quello non sarà più il vostro posto di lavoro? Un posto per la quale avete fatto sacrifici, affrontato problematiche che vi sembravano insormontabili e per la quale avete fatto delle rinunce? Perché il lavoro è così anche per i commessi, importante ma difficile.

Alcuni dei dipendenti erano arrabbiati, rispondevano in modo acido a chi senza neanche dire buongiorno pretendeva ulteriori sconti e c’era chi se la prendeva con calma, tanto ormai a cosa serviva correre?
La cosa che mi ha stupito tuttavia è stato come certi clienti si rivolgessero a loro. Nessun: “Scusi, posso chiederle un’informazione ?”, nessun: “Buongiorno” e nessuna pazienza nell’aspettare il proprio turno per chiedere informazioni, solo una sfacciata noncuranza e permettetemi di definirla maleducazione. Non importava se quel commesso stesse lavorando con un fardello addosso. L’importante era accaparrarsi l’ultimo pezzo in sconto.

Avvisto uno dei pochi mobili non ancora venduti e tra una folla gremita intravedo una commessa che dà indicazioni. Mi fermo ed aspetto il mio turno pazientemente.

“Buongiorno. Scusi, sono interessata all’acquisto di quel mobile. Posso rivolgermi a lei?”

“Finalmente qualcuno che saluta! Già sto posto è una giungla ma con questa storia degli sconti sono tutti usciti di testa!”

Mentre ci incamminiamo verso una postazione libera per stampare la bolla di vendita, io e la commessa abbiamo scambiato qualche parola, discussione interrotta almeno tre volte da clienti che: “Senta lei, mi dica…”, “Mi spieghi dove avete messo questo…” e cose così. La commessa era una di quelle che prendeva le cose con calma, diceva che era impegnata con una cliente (me) e che a breve sarebbe stata da loro. La gente andava via sbuffando in cerca di un altro commesso nelle vicinanze.

Arrivo alle casse che sono gremite come se fosse la vigilia di Natale e nel frastuono generale sento qualcuno dire alla cassiera: “Mi faccia ancora un po’ di sconto che tanto siete falliti! Poi che ve ne fate?”

Vi chiedo ancora di immedesimarvi in quei commessi e riflettere.

Empatia. Molti non sanno neppure cosa significhi questa parola. Siamo una società materialista, fanatici di sconti e prezzi stracciati dove spesso, troppo spesso, rapportarsi con chi lavora diventa un optional sacrificabile.

Un in bocca a lupo a tutti i dipendenti di questa azienda che vittima della crisi è crollata. L’ultimo giorno di lavoro fate una cosa; a chi si rivolge male nei vostri confronti mandatelo pure a quel paese, magari lui impara qualcosa e voi vi toglierete una soddisfazione, quella che tutti i commessi e le cassiere segretamente sognano di fare da sempre.

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